mercoledì 14 febbraio 2018

Il mio nome è Nessuno

«I classici riescono a parlare agli uomini di ogni epoca mantenendo intatti il loro valore e la loro vitalità», afferma Valerio Massimo Manfredi commentando Il mio nome è Nessuno, suo riuscitissimo romanzo storico-mitologico sulla figura di Ulisse.
In queste settimane mi sono gustata i due volumi principali della trilogia.
  • Il giuramento si richiama a grandi linee all'Iliade. Parte dall'infanzia del grande Odysseo, figlio di Laerte re di Itaca, e segue le sue avventure di valoroso e astuto guerriero. La guerra di Troia è raccontata magistralmente, con una passione storica e un'efficacia narrativa non comuni.
  • Il ritorno ricalca l'Odissea. Dopo la caduta di Troia Ulisse si rimette in viaggio per tornare alla sua Itaca, ma l'ostilità degli dei lo costringe a lunghi anni di vagabondaggi tra mille pericoli e drammatiche perdite. Alla fine tornerà a casa, dove lo attendono nuove prove.
  • So che è stato pubblicato un terzo volume - L'oracolo -  ambientato però ai giorni nostri e solo marginalmente collegato all'epopea di Odysseo. Non l'ho ancora letto, e per ora non rientra nella mia "wish list" prioritaria.
Odysseo, che nel primo volume incontriamo come eroe dal multiforme ingegno, valoroso e scaltro, nella seconda parte è come se maturasse, forgiato dal dolore e dalla nostalgia.




mercoledì 17 gennaio 2018

L'ultima legione


Siamo nel 476 d.C.  La legione “Nova Invicta”, ultimo baluardo della romanità, viene travolta da un'orda di barbari che semina morte e distruzione. Solo pochi legionari sopravvivono al massacro.

A loro si aggiunge Livia, giovane guerriera dal coraggio indomito e dalle capacità inesauribili.

La storia affida al piccolo gruppo una missione apparentemente disperata: difendere - anche a costo della propria vita -  il giovanissimo Romolo Augusto, ultimo imperatore romano d'Occidente, unitamente al suo misterioso precettore  Meridius Ambrosinus.

È un romanzo dal ritmo incalzante e pieno di colpi di scena, L'ultima legione di Valerio Massimo Manfredi; ma ciò che più avvince è l’atmosfera di fine epoca, venata di nostalgia per una romanità ormai al crepuscolo.

 

«Questo posto è abbandonato da anni, qui cade tutto a pezzi» gli fece eco Vatreno. Batiato saggiò la stabilità di una scala che portava al camminamento di ronda e l’intera struttura rovinò al suolo con fragore.

Ambrosinus sembrava smarrito, quasi sopraffatto da quella desolazione.

«Ma davvero ti aspettavi di trovare qualcuno in questo posto?» lo incalzò Aurelio. «Io non ci posso credere. Guarda laggiù il Grande Vallo: non c’è un’insegna romana su quel muro da più di settant’anni, come potevi sperare che potesse sopravvivere un piccolo baluardo come questo? Guarda tu stesso. Non ci sono segni di distruzione, o di resistenza armata. Se ne sono semplicemente andati, chissà da quanto tempo.»

Ambrosinus si portò verso il centro del campo. «So che tutto sembra privo di senso, ma credetemi: il fuoco non si è spento, dobbiamo soltanto rianimarlo e la fiamma della libertà riprenderà a divampare.» Ma nessuno sembrava ascoltarlo. Scuotevano il capo sgomenti, in quel silenzio irreale rotto soltanto dal lieve sibilo del vento, dal cigolare delle imposte nelle baracche rose dal tempo e dalle intemperie. Incurante di quell’atmosfera di scoramento, Ambrosinus si avvicinò a quello che doveva essere il pretorio, la residenza del comandante, e scomparve all’interno.

«Dove va?» chiese Livia.

Aurelio si strinse nelle spalle.

«E adesso che facciamo?» domandò Batiato. «Abbiamo percorso duemila miglia per nulla, se ho capito bene.»

Romolo, appartato in un angolo, sembrava chiuso nei suoi pensieri, e Livia non osò nemmeno andargli vicino. Indovinava il suo stato d’animo e soffriva per lui.

«Visto come stanno le cose, sarà bene considerare con realismo la situazione» cominciò a dire Vatreno.

«Realismo? Non c’è niente di realistico qui. Guardati intorno, per tutti gli dèi!» sbottò Demetrio.Ma non aveva finito di parlare che la porta del pretorio si aprì e riapparve Ambrosinus. In brusio cessò, gli sguardi si concentrarono sulla figura ieratica che emergeva dall’oscurità impugnando un oggetto strabiliante: un drago dalla testa d’argento, a fauci spalancate, e dalla coda di porpora, issato su un’asta dalla quale un labaro con la scritta

LEGIO XII DRACO

«Mio Dio» mormorò Livia. Romolo fissò l’insegna., la coda ricamata in scaglie dorate che si muoveva come animata, improvvisamente, da un soffio vitale. Ambrosinus si avvicinò ad Aurelio e gli piantò in faccia due occhi di fuoco. Il suo volto era trasfigurato, i suoi lineamenti tesi e induriti, come scolpiti nella pietra. Gli porse l’insegna dicendo: «È tua, comandante. La legione è ricostituite».

Aurelio esitò, immobile davanti a quella figura esile, quasi macilenta, a quello sguardo d’imperio un cui ardeva un fuoco misterioso e indomabile. Poi, mentre il vento rinforzava sollevando una nube di polvere che tutto avvolgeva, tese la mano e afferrò l’impugnatura dell’asta.

«E ore va’» comandò Ambrosinus. «Piantala sulla torre più alta.

Aurelio si guardò intorno, guardò i compagni immobili e muti, poi si incamminò lentamente, salì sul ballatoio e piantò l’insegna sulla torre occidentale, la più alta. La coda del drago si divincolò sotto la sferza del vento, la bocca metallica fece udire un suono acuto, il sibilo che tante volte aveva terrorizzato il nemico in battaglia. Guardò in basso: i compagni erano schierati uno a fianco dell’altro, irrigiditi nel saluto militare. E gli occhi gli si riempirono di lacrime.

 

lunedì 1 gennaio 2018

martedì 26 dicembre 2017

La gloriosa follia

Oggi è Santo Stefano; colgo dunque l’occasione per offrirvi una pagina che ne riferisce il martirio. È tratta dal romanzo storico La gloriosa follia; a mio parere, uno dei migliori fra quelli scaturiti dalla penna dello scrittore Louis de Wohl.
Tedesco di padre ungherese e madre austriaca, de Wohl (1903-1961) visse in Gran Bretagna e scrisse una lunga serie di romanzi storici: tutti documentatissimi, appassionanti, imperdibili. Ve ne avevo già parlato in passato [qui], e sono certa che ve ne parlerò ancora, per offrirvi altre pagine tratte da altri suoi romanzi.
Nel frattempo, auguro buon onomastico a tutti i visitatori che si chiamano Stefano o Stefania.






…Il locandiere apparecchiò il tutto con destrezza, poi indugiò un momento alla sua tavola, com’è tipico degli uomini del suo mestiere. «Il nobile signore viene da lontano?»«Sì. Da Alessandria»«Oh, una splendida città. Quanto vorrei abitare là…»[…]
«Come vanno le cose a Gerusalemme? Tutto calmo e tranquillo? »«Tranquillissimo signore. L’ultimo disordine di cui abbiamo avuto notizia è stato la rivolta dei samaritani, che è stata domata. »«È accaduto molto tempo fa» osservò l’ospite, prendendo un altro boccone. «Da allora si sono verificati scontri tra fazioni ebraiche, se non sbaglio. »«Quelli si scontrano sempre» disse Iskander, con l’espressione di ironica intesa di un greco che parla di ebrei con un romano. «Sono litigiosi per natura. A noi greci…»«…non capita mai, figurarsi. E adesso, qual è il motivo del contendere? »«Non lo so con esattezza, mio signore, ma dev’esserci in corso qualcosa, perché parecchi hanno lasciato la città con la famiglia. Immagino che appartenessero alla setta che ha avuto la peggio, ma non so quale fosse. Io non le conosco. È cominciato tutto con la lapidazione di un tizio. È la pena cui ricorrono adesso per quella che chiamano blasfemia, per quanto il significato della parola mi sfugga.»
L’ospite aggrottò la fronte, «Un uomo lapidato? Durante un tumulto?»«Giustiziato, credo. Il condannato predicava in sinagoga. Avrà detto qualcosa che ha indignato le autorità del tempio, che l’hanno fatto arrestare e…»«Chi era?» lo interruppe l’ospite. Il suo volto era teso.«Si chiamava Stephanos. Lo ricordo perché è un nome greco. Lui però era ebreo. Oggigiorno molti di loro hanno nomi greci.»
Stefano. L’ospite ne ricordò l’espressione vigile, intelligente, gli occhi limpidi, l’eloquenza combattiva di un giovane brillante. Petrus riponeva in lui grandi speranze. Una volta lo aveva definito la mente migliore della Fede. Stefano, lapidato. E famiglie intere che lasciavano la città… la fuggivano, era forse il termine più esatto.
«Non mangiate più, mio signore? Spero che questo Stephanos non fosse un vostro amico…»«Lo era» replicò l’ospite, secco. Dopo un momento, aggiunse: «E sei sicuro che sia stato processato e condannato dal Sinedrio?»«Così ho sentito dire, nobile signore, ma non potrei giurarlo. Girano tante voci, di questi tempi…»«Già.» L’ospite si alzò da tavola.«Vado a prendervi una lanterna, mio signore. Si sta facendo buio.»«Non serve. Esco a fare due passi» Mise sul tavolo qualche moneta d’argento. «Vi affido il mio cavallo. Tornerò verso mezzanotte, se non prima.»[…]
L’ospite se ne andò. La notte calava in fretta. In cielo s’intravedevano già le prime stelle. Non c’era luna.

sabato 16 dicembre 2017

lunedì 4 dicembre 2017

L'arminuta


È un romanzo semplice e durissimo insieme, L’Arminuta di Donatella Di Pietrantonio. Racconta la storia di una ragazzina che torna presso la famiglia d’origine dopo aver sempre vissuto con un’altra mamma e un altro papà, cui era stata affidata fin da piccolissima.  Per motivi che non riesce a capire, e che nessuno pare disposto a spiegarle, la “ritornata” (“arminuta” appunto) deve così abbandonare tutto e affrontare un mondo aspramente nuovo:  una casa poverissima, una famiglia numerosa, un ambiente a tratti ostile. E in fondo all’anima, scava in profondità il dolore struggente per il doppio abbandono subito.

Ma non immaginate una storia strappalacrime:  questo romanzo si legge d’un fiato, e sa raccontare con stile limpido e asciutto vicende, situazioni, sentimenti.

Leggiamone insieme la prima pagina…

 



A tredici anni non conoscevo più l’altra mia madre.

Salivo a fatica le scale di casa sua con una valigia scomoda e una borsa piena di scarpe confuse.  Sul pianerottolo mi ha accolto l’odore di fritto recente e un’attesa. La porta non voleva aprirsi, qualcuno dall’interno la scuoteva senza parole e armeggiava con la serratura. Ho guardato un ragno dimenarsi nel vuoto, appeso all’estremità del suo filo.

Dopo lo scatto metallico  comparsa una bambina con le trecce allentate, vecchie di qualche giorno. Era mia sorella, ma non l’avevo mai vista. Ha scostato l’anta per farmi entrare, tenendomi addosso occhi pungenti. Ci somigliavamo allora, più che da adulte.

mercoledì 1 novembre 2017

L'ombra della madre

Gronda dolore e solitudine, la storia intensa che Marina Corradi racconta in L'ombra della madre. Tre donne sole.
I Brot sono una famiglia borghese come tante, nella Milano degli anni settanta. Due bimbe deliziose crescono all'ombra di una madre perfetta; ma la tragedia è in agguato, e presto seminerà angoscia, spezzerà equilibri, sgretolerà maschere.
Nel gorgo della sofferenza e del disagio ci può essere spazio per la speranza?
Nelle pagine di questo romanzo si compie un lungo viaggio all'interno della fragilità.
A voi, cari amici, offro un assaggio adatto a questi giorni, in cui più facilmente riflettiamo sulla vita che passa, e sulla morte che irrompe. Dove va, la fiamma, quando si spegne?





Negli ultimi giorni dell'estate, quado in montagna cominciava a piovere una pioggia fina e costante, e fare quasi freddo, la sera in casa si accendeva il camino. Era un gran rito di fine estate, quando con una cesta si scendeva in legnaia a prendere i rami e le fascine, così secchi che si spezzavano con uno schiocco e prendevano fuoco non appena un pezzo di carta appallottolato li contagiava con la fiamma. Il fuoco prima lambiva il legno come a lusingarlo, poi si appiccava a una sporgenza, a un nodo, e crepitando proseguiva a mangiarsi avido il vecchio tronco.
Teresa se ne stava ipnotizzata a fissare la fiamma, il cui riverbero le scottava la facci. Guardava i cerchi dei tronchi sul punto di essere divorati dal fuoco, e si chiedeva in quali lontane primavere quegli anelli erano cresciuti. Si voltava per cogliere alle sue spalle la luce rossastra e le ombre bizzarre che il fuoco disegnava sulla parete; aspettava l'istante in cui dai ceppi le scintille avrebbero cominciato a scoppiare, con uno schiocco forte, e a fuggire veloci su per il camino, come spiriti messi in fuga dal fuoco. Poi in quel calore accanto alla madre si assopiva; e si svegliava quando ormai er l'ora di andare a dormire, e nel camino la fiamma non più alimentata languiva. In una di quelle sere, guardando il fuoco che tentava ancora di alzarsi e poi rassegnato dolcemente si spegneva, lasciando solo il bagliore della brace, Teresa assorta domandò alla madre: «Ma dove va, la fiamma, quando si spegne?» (Perché era una cosa così calda e viva, che le sembrava impossibile che un istante dopo, di quel fiammeggiare esuberante, non ci fosse più niente). Alba non seppe risponderle, ma se la strinse addosso molto forte, e l'indomani Teresa la sentì che riferiva a Ermanno la sua domanda, commossa. (Ebe, la nonna, era morta da appena qualche giorno).

venerdì 27 ottobre 2017

Buon compleanno, "Tempo di cose nuove"!

È trascorso ormai un anno da quando la Piccola Casa Editrice pubblicò Tempo di cose nuove: dodici mesi punteggiati di cose belle e incontri importanti (soprattutto con i ragazzi, che sono capaci di una grande intelligenza: intus-legere).
Se la lettura è un'avventura, anche la scrittura non scherza!


Per "festeggiare" la ricorrenza, ecco il dépliant (il flyer, come lo chiamano gli addetti ai lavori) che in questo anno ha accompagnato presentazioni e incontri.





domenica 10 settembre 2017

Primo giorno di scuola

A qualunque età, il primo giorno di scuola regala sempre qualche emozione. 
Immaginate che cosa possa significare per una ragazza timida alle prese con un nuovo anno scolastico in una nuova città: affrontare l'ignoto, incontrare compagni sconosciuti (e già amici tra loro), ricominciare tutto daccapo.
A Paola, la giovane protagonista di Tempo di cose nuove, trema il cuore. Eppure, una nuova amicizia è proprio dietro l'angolo...



Salirono la scalinata del liceo, confluendo nella fiumana degli studenti che si affrettavano verso il portone. Paola camminava tallonando l’amica, con il cuore che batteva forte e la piccola “morsa” che ogni tanto cercava di azzannarle la gola.

- Eccoti arrivata - disse Chiara indicandole la porta della sua aula.

- Grazie per la tua compagnia.

- Grazie a te, e… in bocca al lupo!

Paola si soffermò per qualche istante sulla soglia: l’aula era già piena oltre la metà, e i ragazzi radunati in piccoli assembramenti chiacchieravano fitto tra loro.  Non ci voleva molto a capire che la classe era divisa in gruppetti che condividevano da anni consolidate amicizie, piccole rivalità, complesse dinamiche interpersonali.

«E adesso che cosa faccio? A chi mi rivolgo? Dove mi siedo?»

Se fosse stata più socievole, avrebbe esordito con un sonoro «Ciao a tutti!» diretto all’intera classe; ma Paola non avrebbe mai avuto il coraggio di fare un ingresso così esplicito, ritrovandosi poi addosso quindici paia di occhi potenzialmente ostili.  Optò dunque per una soluzione “low profile” (come avrebbe detto papà): individuò in seconda fila due banchi vuoti, e andò a sedersi in uno di essi.

«Prima o poi qualcuno sarà costretto a venire vicino a me; a meno che i banchi siano più numerosi degli studenti, nel qual caso quello accanto al mio rimarrà vuoto…»

Attese qualche minuto; di tanto in tanto entrava uno studente, e andava a raggiungere la zona a lui più congeniale.

Mancavano pochi minuti al suono della campanella quando si fermò sulla soglia una ragazza rotondetta, con i capelli crespi raccolti in una spessa treccia che penzolava dietro la schiena. Portava spessi occhiali da miope, e indossava un’improbabile casacca verde scuro.  Era alta circa quanto Paola, ma larga almeno il doppio.  Si guardò intorno per qualche istante, poi notò in seconda fila la ragazza sconosciuta.  E si avviò verso di lei.

- È libero questo banco?

- Certo! - rispose Paola con un tuffo al cuore.

La ragazza sorrise.  Aveva i canini un po’ storti e portava l’apparecchio, ma a Paola quello sembrò il sorriso più bello dell’universo.

[Laura Blandino - Tempo di cose nuove - Piccola Casa Editrice]

lunedì 28 agosto 2017

Il cuore oltre le sbarre

A prima vista potrebbe sembrare una favola rosa, Il cuore oltre le sbarre di Giuditta Boscagli: la storia di una giovane insegnante e di un detenuto che si incontrano, si innamorano, alla fine si sposano. 
Poi si scopre che non è una favola, perché l'autrice non inventa nulla: utilizza lo strumento del romanzo per raccontare una storia vera. Verissima. Talmente vera, che è la sua.
Una storia che non nasconde la fatica, il dolore, l'umiliazione, la paura; ma valorizza soprattutto la bellezza, l'autenticità, la ricchezza dell'amicizia e il valore dell'attesa. 
Altro che favola rosa. È una storia che profuma di miracolo. 



Sua madre rientrò per prima e Irene decise di leggerle la lettera: nessuna delle due riuscì a trattenere le lacrime.
«Mamma, io davvero non voglio farvi stare male, ma la mia vita passa attraverso quell’uomo lì, a cui non posso e non voglio dire di no».
Ancora in lacrime, la madre le si avvicinò e asciugò le sue.
«Vai a fare merenda, so che hai un appuntamento in centro. La lettera al papà la consegno io appena rientra. Devi lasciargli un po’ di tempo: è chiaro che siamo un po’ preoccupati, ma sappiamo anche che non sei una da colpi di testa senza senso. Lavati la faccia, che sei paonazza… e poi vai».
Irene l’abbracciò di nuovo, stringendola forte. Si diede un aspetto presentabile e uscì a bere una cioccolata con la panna che sperava le addolcisse un po’ il pomeriggio. Quando fece ritorno, suo papà era rientrato, aveva letto la lettera ed era seduto sul divano davanti al televisore.
Lei si fermò sulla soglia della sala e scoppiò a piangere, ma tra i singhiozzo riuscì a fargli l’unica domanda che le interessava veramente: «Mi vuoi bene, papà?».
«Vieni qui» rispose lui con gli occhi lucidi. Le mise un braccio sulle spalle e la strinse a sé. «Certo che ti voglio bene, è solo che sono molto in pensiero per la mia piccola».
Provò a calmarla, ma lei continuava a singhiozzare, liberandosi finalmente di tutta la tensione delle ventiquattro ore di “silenzio stampa”.
Pian piano la freddezza e il distacco fecero posto al calore e alla condivisione di sempre. Il merito fu anche della sorella che, sapendo del trambusto di quelle ore, piombò in casa con la nipotina.
Guardava suo padre, da poco nonno, coccolarsela e pensava che Dio non faceva mai niente per caso e che i Suoi tempi erano congeniali, in questo caso anche consolatori: Irene aveva atteso il matrimonio del fratello e il parto della sorella prima di sconvolgere la famiglia e ora le sembrava che anche quella breve attesa fosse stata ripagata.

 

domenica 20 agosto 2017

Meeting di Rimini 2017

Quest'anno, oltre a La camera bella, anche Tempo di cose nuove fa mostra di se' nelle librerie del Meeting di Rimini: il grande bookstore nel padiglione C2, e la libreria junior nel Villaggio Ragazzi.
Buona lettura a giovani, giovanissimi e... giovani dentro!


domenica 9 luglio 2017

Il filo d'oro



Corre l’anno 1521. Uli il Lungo, mercenario svizzero valoroso e intelligente, gioca un ruolo decisivo nell’assedio di Pamplona: artigliere esperto, con un perfetto colpo di cannone crea nelle mura una breccia decisiva, e ferisce gravemente un giovane ufficiale basco, Iñigo de Loyola. Uli riceve l’ordine di ricondurlo alla sua nobile casa.

Con loro, travestita da ragazzo, parte anche la giovane Juanita, rocambolescamente sottratta a un’aggressione da parte della soldataglia.

Inizia così un’intensa, stupenda storia “on the road”, che condurrà i nostri personaggi fino in Terra Santa, e non solo.

Con Il filo d’oro. Il racconto della vita di Ignazio di Loyola lo scrittore Louis de Wohl (1903 – 1961) ci offre un altro romanzo storico imperdibile, in cui le vicende più avventurose s’intrecciano con le domande più vere.


…Perciò la faccenda era chiusa.
E la caraffa era vuota. E anch’io, pensò. Non mi resta più niente.
Be’, almeno aveva riconquistato la sua libertà. Non era più tenuto ad andare al castello di Loyola, o in qualsiasi altro posto, nemmeno da André de Foix. Che senso avrebbe avuto affannarsi a rintracciarlo, solo per dirgli che la sua bella cugina non poteva fare niente per lui?
Era libero. Qualunque cosa significasse.
In realtà Uli lo sapeva benissimo cosa significava. Significava prestare giuramento di fedeltà a qualche altro gran signore, o anche uno piccolo, portarne le stupide insegne e combattere in nome suo l’ennesima, stupida guerra. Vedere altre terre devastate, case incendiate, uomini massacrati, donne stuprate, bambini resi orfani.  […]
La sua libertà era una catena.
E la cosa buffa era che avrebbe dovuto essere contento. Era forte e sano, con un bel gruzzolo di ducati d’oro in tasca e al dito un anello di rubino sufficiente a comprarsi una piccola fattoria da qualche parte, se avesse voluto.
Sì, aveva ogni motivo di sentirsi soddisfatto.
Dunque, per tutti i diavoli, perché invece gli veniva da piangere?
E quell’uomo [Ignazio di Loyola], era felice, lui? L’uomo che disprezzava i rubini e mendicava spiccioli di rame.
Perché se lo era, la sua felicità non era adatta ad Uli il Lungo.
Gli uomini sono diversi, e ciascuno ha le sue aspirazioni.
Da piccolo, gli raccontavano spesso la storia di un prozio, Nikolaus von der Flue […]
Da eremita si faceva chiamare fratello Klaus, e durante le cene di famiglia i von del Flue lo citavano talmente spesso come modello esemplare di vita cristiana che per spirito di contraddizione Uli mangiava sempre una doppia porzione di tutto.
Magari era vero che fratello Klaus era un medello di vita cristiana.
Forse per diventare davvero buono un uomo doveva recidere ogni legame con il mondo, anche se chissà cosa sarebbe diventato, il mondo, se tutti avessero seguito il suo esempio.
A quel pensiero gli venne da ridere.  Nel suo caso non c’era proprio rischio che accadesse. Anzi, ora sarebbe sceso in taverna a ordinare un’altra caraffa di vino di Xeres, o meglio ancora tre, e si sarebbe sbronzato come si deve. Fece epr alzarsi, poi ricadde a sedere. No, era un rimedio da sciocchi. Come mangiare una doppia porzione.
Fratello Klaus era andato molto oltre. […]
Di sicuro, anche se Dio se ne infischiava di lui, fratello Klaus non ne ricambiava l’indifferenza. E magari, da vecchia volpe, lo aveva costretto a notarlo proprio con quell’abnegazione totale. Gli si era letteralmente gettato tra le braccia. Aveva dato l’assalto al cielo.
Era un’idea interessante. Si poteva superare Dio in generosità?
Com’era quella vecchia preghiera tramandata in famiglia?
Uli aggrottò la fronte. Erano anni che non pensava a fratello Klaus. Chissà perché gli era tornato in mente proprio adesso. Ma com’era quella preghiera? A casa la ripetevano di continuo. Dicevano fosse il suo detto preferito. «Come diceva il prozio…»
Sedevano al tavolo apparecchiato con i piatti e i boccali di latta, a mani giunte. Fuori nevicava. E prima ancora della preghiera di ringraziamento, il padre di Uli recitava quella del prozio: Signore e mio Dio, toglimi da me stesso e prendimi tutto per Te».